Accesso a Medicina 2026: perché il semestre filtro non salverà il SSN
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Accesso a Medicina 2026: perché il semestre filtro non salverà il SSN
62.200 iscritti, 30.225 posti, borse di specializzazione vuote: i numeri dell'accesso a Medicina 2026 letti da un medico che vide la pletora degli anni '80.
L'imbuto è lo stesso. L'hanno solo allungato.
Trentamila posti, sessantaduemila iscritti, due porte con due regole diverse e nessun intervento sui due punti dove il Servizio sanitario nazionale sta effettivamente cedendo. Cronaca di una programmazione che conta le matricole invece dei posti di lavoro.
Anno accademico 1987/1988, facoltà di Medicina di Chieti. Era da poco entrata in vigore la Tabella XVIII e il terrore ufficiale, allora, era la pletora: troppi medici, laureati in fila, la disoccupazione in camice come argomento da prima pagina. I posti disponibili quell'anno erano duecento. Le domande pervenute, se la memoria non mi inganna, furono centonovantotto.
Vale la pena fermarsi un istante su quel dato, perché contiene tutto quello che oggi si finge di non sapere. Nessuno fu escluso. Il numero programmato non filtrò nessuno, perché a filtrare aveva già provveduto la realtà: i diciannovenni del 1987 sapevano benissimo quanti medici disoccupati c'erano in giro, e si erano regolati di conseguenza. La domanda si era adeguata da sola all'offerta di lavoro, senza decreti, senza syllabus nazionali e senza contenzioso amministrativo. Trentotto anni dopo abbiamo 54.300 iscritti per 17.278 posti e un ministero che considera questo squilibrio una vittoria da comunicare.

Poi arrivò il numero chiuso nazionale, nel 1999, e con esso trent'anni di quiz, ricorsi, corsi di preparazione e ministri convinti a turno di aver trovato la formula. Nel frattempo, chi come me era dentro ha attraversato una didattica pensata per numeri che nessuno controllava davvero.
Oggi mia figlia ha deciso di fare Medicina. Le ho detto tutto quello che un padre onesto deve dire, cioè che è il mestiere più bello che conosca e che il sistema che dovrebbe accogliere lei e i suoi colleghi di corso non ha la minima idea di cosa farsene di loro. Poi mi sono messo a leggere i numeri del nuovo accesso, sperando di doverle chiedere scusa. Non è andata così.
Capitolo primo
I numeri, prima delle opinioni
Il decreto firmato dalla ministra Bernini fissa per il 2026/2027 30.225 posti tra Medicina, Odontoiatria e Veterinaria: 23.495 nelle statali, 6.730 nei non statali, di cui 27.001 per la sola Medicina, con 3.160 posti in più rispetto all'anno scorso. Gli iscritti al semestre aperto sono 62.200, oltre 52.300 dei quali per Medicina. Il ministero rivendica più di 11.000 posti aggiunti dal 2022/2023.
Prima di applaudire conviene guardare come è andata la prima applicazione, l'anno scorso. Iscritti al semestre per Medicina: circa 54.300. Posti: 17.278. Idonei, cioè chi ha superato almeno un esame: 22.500 secondo i dati diffusi il 23 dicembre 2025, 22.688 nelle ricostruzioni pubblicate a gennaio con le graduatorie. Fuori: oltre trentamila ragazzi.

Dentro le tre prove, poi, la selezione l'ha fatta quasi tutta Fisica. Voti validi, cioè pari o superiori a diciotto: 21.763 in Chimica, 19.089 in Biologia, 10.022 in Fisica. Chiamiamola col suo nome: il nuovo accesso a Medicina in Italia è, per metà, un esame di Fisica.
Alcuni amici insegnanti mi obiettano che i quesiti di Fisica erano abbordabili. Può darsi, non li ho corretti io. Ma se i quesiti erano abbordabili e quattro candidati su cinque non li hanno superati, l'obiezione non chiude il problema, lo sposta: significa che a essere inadeguata era la preparazione in ingresso, o il tempo concesso per costruirla, cioè dodici settimane di corso universitario per ragazzi usciti da percorsi scolastici che con la Fisica hanno rapporti molto diversi tra loro. Un filtro che boccia l'ottanta per cento su una materia giudicata abbordabile da chi la insegna non sta misurando l'attitudine alla Medicina. Sta misurando da quale liceo arrivi.
E c'è un effetto collaterale di cui non ho dati ma ho il sospetto, e lo dichiaro come tale: i ragazzi di quinta superiore che si preparano al semestre, o al test delle private che si può sostenere prima della maturità, lo fanno sottraendo tempo ai programmi dell'ultimo anno, in tutte le altre materie. Se il sospetto è fondato, la riforma dell'accesso universitario sta silenziosamente amputando l'ultimo anno di scuola superiore a decine di migliaia di studenti, compresi quelli che a Medicina non entreranno mai. Sarebbe un dato interessante da raccogliere, per chi ha voglia di raccoglierlo.

Capitolo secondo
Il quizzone non è morto, ha solo cambiato fatturato
Ci avevano promesso la fine della lotteria dei sessanta quiz. Al suo posto abbiamo tre esami universitari compressi in dodici settimane, con aule che scoppiano, la possibilità per gli atenei di derogare ai requisiti minimi di docenza e di ricorrere alla didattica a distanza. Non è la fine della selezione a sorteggio, è la selezione a sorteggio con la frequenza obbligatoria.
Il mercato della preparazione, che secondo la vulgata doveva estinguersi, si è limitato a cambiare listino. Prima si vendevano tre mesi di crocette, oggi si vende un anno di Fisica universitaria a ragazzi che stanno ancora facendo la quinta liceo. Chiedete a un genitore quale delle due opzioni gli sia costata di più.
Cambia però il prezzo dell'insuccesso, e cambia in peggio. Con il vecchio test chi non passava perdeva una mattina di settembre. Oggi trentamila diciannovenni bruciano un semestre intero, pagano un contributo forfettario di 250 euro nella prima applicazione, e a gennaio ripiegano sui cosiddetti corsi affini con l'anno accademico già cominciato e i crediti riconosciuti a discrezione della sede. Trentamila semestri di vita di ragazzi di diciannove anni, che nel bilancio dello Stato non compaiono da nessuna parte perché sono a carico delle famiglie.
Nota a margineUn imbuto che si allunga sembra più largo solo a chi lo guarda dall'alto.
Capitolo terzo
Due porte, due regole, un solo camice
Qui la faccenda diventa difficile da raccontare con la faccia seria. Il semestre filtro vale per le università statali. Le non statali continuano con il loro test di ammissione, gestito in proprio, con calendari propri. E crescono più in fretta: secondo l'elaborazione del Fatto Quotidiano sui contingenti ministeriali, in due anni le statali hanno guadagnato il 23,3% di posti, le non statali il 41,1%.

Il marketing ha capito prima del legislatore. Negli annunci dei corsi di preparazione citati dallo stesso articolo si legge che nelle private il semestre filtro non c'è, che basta un test, che puoi entrare mentre fai la maturità e poi goderti l'estate mentre i tuoi compagni rischiano di essere esclusi a gennaio. È pubblicità, e come tale va pesata. Ma descrive con una precisione che nessun documento ministeriale eguaglia l'arbitraggio che si è creato: stesso titolo abilitante, due standard di selezione, e su uno dei due una retta.
Non è un cavillo tecnico. Quando una quota crescente dell'accesso a una professione a rilevanza costituzionale passa dal canale a pagamento, cambia la composizione sociale di chi visiterà i pazienti fra dieci anni. Sta accadendo senza che nessuno l'abbia deciso in modo esplicito, come effetto collaterale di una riforma scritta pensando alle statali. E manca il dato che chiunque voglia difendere questo assetto dovrebbe produrre per primo: non esiste un monitoraggio pubblico comparabile dei due canali, non su abbandoni, non su progressione, non sulla resa al concorso di specializzazione. Senza quei numeri, sulla qualità restano solo opinioni, comprese le mie.
Qualcuno ha già immaginato la manovra a tenaglia: entro nella privata con il test di aprile e poi, dopo un anno o due, mi trasferisco nella statale. Ho verificato come funziona davvero, e la scappatoia è molto più stretta di come viene raccontata negli open day. Il trasferimento ad anni successivi al primo è subordinato ai posti resisi vacanti nella coorte di destinazione, che nelle sedi ambite storicamente sono pochi o nessuno, e viene assegnato per graduatoria sui crediti convalidati e sulla media. La convalida, a sua volta, è a discrezione dell'ateneo che riceve, esame per esame, sui programmi effettivamente svolti, e i tirocini professionalizzanti in genere non si convalidano affatto. Regolamenti come quello di Milano, i bandi annuali di Bologna e i criteri pubblicati da Palermo raccontano tutti la stessa storia: piani di studio sovrapponibili, posti contati, commissioni che valutano caso per caso. Chi paga la retta contando di uscirne dopo due anni sta comprando un biglietto per una lotteria con pochissimi premi, e farebbe bene a saperlo prima del bonifico, non dopo.
Capitolo quarto
Le borse vuote, ovvero il collo di bottiglia che nessuno vuole vedere
Ed eccoci al punto che dovrebbe interessare chi in ospedale ci lavora. Il numero di matricole non determina quanti medici cureranno i pazienti nel Servizio sanitario nazionale. Lo determinano i contratti di formazione specialistica e i posti di lavoro.
Concorso di specializzazione 2025: su 15.283 contratti a bando, 2.569 non assegnati, il 17%, percentuale che sale con le rinunce all'immatricolazione. In Medicina d'emergenza-urgenza sono state assegnate 537 borse su 976, quindi il 45% è rimasto scoperto. Criticità simili in Anatomia patologica e Radioterapia, cioè in due discipline senza le quali la diagnostica oncologica semplicemente non esiste.

Le borse ci sono e nessuno le prende. Aggiungere tremila matricole all'anno non porterà un solo medico in più al pronto soccorso, perché il problema non è quanti si laureano, è dove accettano di andare a lavorare. Chi si laurea guarda i turni, gli stipendi, le aggressioni, il contenzioso, e sceglie altro. È come un ristorante dove i camerieri continuano a licenziarsi per i turni massacranti e la paga bassa: il proprietario, invece di sistemare turni e paga, apre una scuola per camerieri. Ne uscirà gente formata, certo. E andrà a servire nel ristorante di fronte.
E poi c'è la questione dei tempi, che non richiede formule ma solo un calendario appeso al muro. Formare un medico richiede più o meno il tempo che serve a crescere un figlio: la ragazza che entra in aula questo settembre visiterà da specialista, verso il 2035, chi oggi frequenta la quinta elementare. Il medico che manca stanotte nel pronto soccorso sotto casa vostra, invece, avrebbe dovuto immatricolarsi una decina d'anni fa, e nessuno ce l'ha mandato. Ecco perché i posti annunciati questa settimana non toccheranno un solo turno scoperto da qui a metà del prossimo decennio: sono una terapia per una malattia futura, somministrata a un paziente che sta male adesso. E quando finalmente farà effetto, se le stime sui pensionamenti sono giuste, la malattia sarà cambiata di segno.

Capitolo quinto
Si formano medici per un sistema che non ha i posti
Sul denaro il quadro è documentato e non ammette repliche brillanti, ma prima dei numeri dico la cosa in una frase sola: lo Stato sta allargando la porta d'ingresso della facoltà mentre chiude il portafoglio dell'ospedale che dovrebbe assumere chi ne esce. Tutto il resto è dettaglio contabile di questa contraddizione. Le analisi della Fondazione GIMBE sul Documento di Finanza Pubblica 2026 indicano un rapporto spesa sanitaria su PIL fermo al 6,4% fino al 2029, con un divario cumulato di 30,6 miliardi tra le previsioni di spesa necessarie a erogare i LEA e le risorse allocate nel triennio 2027-2029. La spesa a carico diretto delle famiglie ha raggiunto il 22,3% della spesa sanitaria totale, contro una soglia di attenzione indicata dall'OMS al 15%. Tradotto dal linguaggio dei rapporti: la sanità pubblica ha sempre meno soldi per assumere, e i cittadini pagano di tasca propria una quota di cure che l'OMS considera già oltre il livello di guardia.
Su questo sfondo l'Anaao Assomed stima una carenza di specialisti ospedalieri intorno alle 20.000-25.000 unità fino al 2027 e un rovesciamento successivo, con circa 60.000 neolaureati in eccesso rispetto ai pensionamenti da coprire entro il 2032. È una proiezione, costruita su ipotesi discutibili come tutte le proiezioni, e va letta come tale. Ma la direzione coincide con quello che vediamo: stiamo finanziando la formazione di una forza lavoro che il sistema pubblico, ai livelli di spesa programmati, non potrà assumere.
Quella forza lavoro non evapora. Va nel privato, va all'estero, oppure resta qui sottoccupata e disponibile a lavorare a condizioni peggiori. E qui arriva la parte che mi interessa davvero, da vecchio spaventato dalla pletora quarant'anni fa: una pletora non è un'eccedenza di medici, è un'eccedenza di potere contrattuale dalla parte di chi assume. Chi oggi esulta per i posti aggiunti dovrebbe spiegare ai giovani colleghi cosa succede a uno stipendio quando ci sono due candidati per ogni posto.
Capitolo sesto
Il territorio, dove il vincolo è la borsa, non la vocazione
Il bando per il Corso di formazione specifica in Medicina generale 2026-2029, chiuso il 27 luglio, ha raccolto 5.965 domande per 2.651 borse. Titoli entusiasti ovunque, e la Fimmg che parla di inversione di tendenza. Intanto i medici di Medicina generale in servizio sono circa 37.000, ne mancano oltre 5.700, e tra il 2025 e il 2028 oltre 8.000 raggiungono il limite di età.

Il numero che conta è 2.651. Con più del doppio dei candidati rispetto ai posti finanziati, il fattore che limita l'ingresso nella Medicina generale non è la disponibilità dei giovani medici, è quante borse lo Stato paga e come le distribuisce tra le regioni. Il governo ha scelto di agire sull'unica leva che sta a monte di entrambe le strozzature. Complimenti per il coraggio.
Capitolo settimo
Quello che nessuno sta misurando, e che pagheranno mia figlia e i suoi colleghi
La capacità formativa clinica non si espande per decreto. Tirocini, rapporto tra tutor e studenti, posti letto utilizzabili per la didattica, pazienti visti prima dell'abilitazione: sono risorse fisiche, e crescono molto più lentamente delle iscrizioni.
Il TAR del Lazio, respingendo il 15 giugno 2026 il ricorso di un gruppo di docenti universitari, ha osservato che non erano stati portati elementi concreti a dimostrare che l'aumento degli studenti avesse compromesso la qualità della didattica. Sul piano processuale è ineccepibile. Solo che vale in entrambe le direzioni: non esiste oggi un sistema di monitoraggio degli esiti formativi capace di dirci se quella qualità stia tenendo. Stiamo espandendo una filiera che produce professionisti abilitati senza gli strumenti per sapere cosa sta producendo.
E qui finisce l'ironia. La responsabilità, quando qualcosa va storto, resta individuale. Il giovane collega che arriva in reparto con meno ore di tirocinio effettivo risponde in proprio, in sede civile, penale e disciplinare, di quello che fa. Le carenze strutturali del percorso formativo non compaiono in nessuna consulenza tecnica d'ufficio, non attenuano nulla, non le nomina nessuno. Chi decide i numeri in ingresso non condivide un grammo di quel rischio. Mia figlia e i suoi colleghi di corso sì.
E lo dico avendo in questa partita due poste, non una. La prima è ovvia: sono il padre di una di loro. La seconda la dimentica chiunque parli di programmazione sanitaria come se fosse un esercizio contabile: sto invecchiando anch'io, come tutti quelli che oggi decidono, commentano e firmano decreti. Fra quindici o vent'anni sarò un paziente geriatrico, con le patologie multiple e i ricoveri che quell'età comporta, e i medici che mi troverò davanti saranno esattamente mia figlia e i suoi colleghi di corso: quelli formati in aule da mille, selezionati da un esame di Fisica, specializzati dove restava una borsa e assunti se il bilancio regionale lo consentiva. La qualità della loro formazione non è un problema loro. È il mio piano terapeutico tra vent'anni, e anche quello di chi oggi conta le matricole per il comunicato stampa.
L'avvocato del diavolo, che va ascoltato
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Sono obiezioni serie. Nessuna di esse spiega perché l'espansione debba correre più veloce nel canale a pagamento, né perché i contratti di specializzazione nelle discipline in sofferenza non siano stati ridisegnati prima di aumentare le matricole.
Da ricordare
Cinque problemi da affrontare, prima di annunciare altri posti
Nessun paziente è mai stato visitato da una matricola. Le matricole non sono medici. Sono medici fra dieci anni, e solo se qualcuno finanzia la strada in mezzo. |
L'imbuto non si è allargato, si è allungato. Stessa selezione, quattro mesi più tardi, con trentamila semestri di vita in più addebitati alle famiglie. |
Dove non c'è il filtro, c'è la retta. Due porte per lo stesso camice: in una si entra con Fisica a dicembre, nell'altra con un test ad aprile e un bonifico. |
Le borse vuote non si riempiono con più laureati. Il 45% dei contratti di emergenza-urgenza è rimasto scoperto con i laureati che già abbiamo. Il problema è il lavoro, non l'anagrafe. |
La pletora non è troppa gente, è meno potere contrattuale. Il posto in più non lo paga chi lo annuncia. Lo paga chi accetterà il turno peggiore pur di lavorare. |
Alla fine il conto è semplice. La quantità di persone che entrano a Medicina è la variabile meno importante di questa equazione, ed è l'unica su cui si sia agito con decisione. Quante borse di specializzazione finanziare e in quali discipline, quante assunzioni consentire alle aziende sanitarie, con quali retribuzioni e con quale tutela dalle aggressioni e dal contenzioso: tutto fermo dove stava.
Il rischio concreto non è restare senza medici nel 2035. È arrivarci con troppi laureati e i reparti ancora scoperti, due problemi che sembrano opposti e hanno la stessa causa, cioè una programmazione che conta le matricole invece dei posti di lavoro. Nel 1987, a Chieti, eravamo centonovantotto per duecento posti, e ci dissero che il problema era la pletora e che ci stavano pensando. Ci hanno pensato per trentotto anni. Adesso la stessa promessa tocca a mia figlia e ai suoi colleghi di corso, con l'aggravante che nel frattempo hanno imparato a metterla in un comunicato stampa. Vorrei solo che questa volta qualcuno controllasse i numeri prima di scriverlo. Anche per puro egoismo: tra vent'anni quei numeri saranno il mio referto.
Fonti dei dati
Posti 2026/2027, iscritti al semestre aperto e calendario: nota MUR del 6 agosto 2026, ripresa da ANSA e Doctor33. Percentuali di crescita 23,3% e 41,1% e annuncio pubblicitario citato: Francesco Lo Torto, il Fatto Quotidiano, 8 agosto 2026, elaborazione della testata sui contingenti ministeriali.
Esiti del primo semestre filtro: dati ministeriali del 23 dicembre 2025 (ANSA), graduatorie di gennaio 2026 (Sky TG24), dettaglio per prova su Doctor33, 8 gennaio 2026.
Concorso di specializzazione 2025 e 2024: comunicati Anaao Giovani e Associazione Liberi Specializzandi, ottobre e novembre 2025.
Proiezione sulla pletora e stima della carenza: studio Anaao Assomed 2025 (Palermo, D'Arienzo, Troise, Di Silverio).
Finanziamento del SSN e spesa privata: analisi Fondazione GIMBE sul Documento di Finanza Pubblica 2026 (aprile 2026) e 8° Rapporto GIMBE (ottobre 2025).
Medicina generale: dati sul bando CFSMG 2026-2029 e stime Fimmg, luglio e agosto 2026, con la lettera critica pubblicata su Quotidiano Sanità.
Contenzioso: sentenza TAR Lazio del 15 giugno 2026 e pronuncia del Consiglio di Stato del maggio 2026.
Trasferimenti ad anni successivi al primo: regolamento della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università di Milano, bandi annuali dell'Università di Bologna e criteri pubblicati dall'Università di Palermo e da altri atenei; posti subordinati alle vacanze di coorte, convalida a discrezione dell'ateneo ricevente, tirocini professionalizzanti in genere non convalidabili.
Il passaggio sui programmi scolastici dell'ultimo anno di superiori è un'ipotesi dell'autore, dichiarata come tale nel testo, e non poggia su dati raccolti.
Riferimenti storici: DPR 95 del 28 febbraio 1986, che introduce l'ordinamento tabellare noto come Tabella XVIII, e legge del 1999 sul numero programmato nazionale. I dati su Chieti 1987/1988, duecento posti e centonovantotto domande, sono un ricordo diretto dell'autore e non provengono da una fonte documentale consultata.
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- Tabella XVIII
- Quanti posti ci sono a Medicina nel 2026/2027?
- Il semestre filtro ha abolito il numero chiuso?
- Ci si può trasferire da Medicina privata a statale?

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