Lo scarsing: la sindrome misconosciuta di chi era scarso a pallone
Categorie: Allergie rare
Lo scarsing: la sindrome misconosciuta di chi era scarso a pallone
Cos'è lo scarsing: la sindrome del bambino scarso a pallone raccontata come una relazione congressuale. Una storia pescarese di porta, torello e vocazione medica.
Anamnesi remota · Storie fuori dall'ambulatorio
Abstract
Scarsing (from the Italian scarso, untalented) is a newly coined term describing a mixed form of mobbing and bullying systematically inflicted, in Italian courtyards of the 1970s, on children lacking football skills. We report a retrospective single-case study conducted in Pescara, Italy. The syndrome follows a five-stage course: conditional recruitment, last-pick selection, permanent goalkeeping under the false promise of rotation, one-versus-three isolation with ritual humiliation, and post-goal litigation with reversed burden of proof. An unexpected long-term outcome is reported: the onset of a medical vocation, first expressed as a verbal warning to an opponent. The authors propose the inclusion of "scarsing" in the Oxford English Dictionary. No rotation ever occurred during the observation period.
Nota introduttiva
Questo non è un articolo di Allergologia. È la prima puntata di "Anamnesi remota", uno spazio dove ogni tanto il camice resta appeso e si racconta da dove viene il medico che lo indossa. Chi cerca pollini, LTP e farmaci biologici li ritrova negli altri articoli del blog. Chi invece è cresciuto in un cortile della provincia italiana tra gli anni Settanta e Ottanta, e a pallone era scarso, qui potrebbe riconoscere qualcosa. Anzi, potrebbe riconoscere tutto.
LO SCARSING: inquadramento clinico di una sindrome misconosciuta
Gentili Colleghi, il titolo della relazione di oggi è: "Lo scarsing: inquadramento clinico di una sindrome misconosciuta". Prima di cominciare, come da regolamento, devo dichiarare i conflitti di interesse. Ne ho uno solo, ma grosso: la casistica sono io.
Lo scarsing è una parola inglese che l'inglese non ha ancora. L'ho coniata io, e prima o poi finirà nell'Oxford Dictionary, tra "mobbing" e "stalking", perché appartiene esattamente a quella famiglia: violenza sistematica, protratta nel tempo, perpetrata da un gruppo ai danni di un singolo. Cambia solo il setting. Non l'ufficio, non la scuola: il campetto. E cambia la vittima, che sei tu. Tu che a pallone sei scarso.
Definiamo il termine, che in Medicina si comincia sempre dalle definizioni. Non "scarso" nell'accezione moderna, riabilitativa, inclusiva. Scarso nell'accezione degli anni Settanta, quando la diagnosi te la faceva un dodicenne in canottiera con un esame obiettivo di tre secondi: "Wuagliò, custù è scarse forte!". Fine. Niente second opinion, niente consulto collegiale. Una diagnosi clinica pura, formulata a occhio nudo, con una sensibilità e una specificità che la risonanza magnetica ancora se le sogna. E soprattutto: definitiva. Passata in giudicato prima che tu toccassi il pallone.
Come tutte le sindromi serie, lo scarsing ha una stadiazione. Cinque fasi. Ve le presento in ordine, con la relativa iconografia. L'iconografia sono io da bambino, quindi ve la risparmio.
Fase uno: l'arruolamento
Il paziente scarso non viene invitato a giocare. Viene arruolato, e solo secondo due criteri di inclusione. Criterio A: assenza totale di alternative. Il portiere titolare ha la varicella, il sostituto è in castigo perché l'hanno bocciato a scuola, il cugino del sostituto è andato al mare. Solo allora qualcuno pronuncia la formula rituale: "Vabbò, chiamete a cullù". Quello. Notate: il paziente scarso non ha un nome. È "quello". Un caso clinico anonimizzato in piena regola, GDPR compliant con quarant'anni di anticipo.
Criterio B: il pallone è suo. E qui devo aprire la parte anamnestica, perché il mio scarsing non è avvenuto in un campetto qualunque. Io sono cresciuto a Pescara, e a Pescara negli anni Settanta e Ottanta il calcio non era un gioco: era un distretto produttivo. Nel mio quartiere giocavano ragazzini che poi sono arrivati in Serie A. Serie A vera, quella con gli stadi, i giornali, la Domenica Sportiva. E io, in mezzo a questi fenomeni, che ruolo avevo? Il fornitore. Il pallone era mio. Ero lo spacciatore di pallone di gente che poi ha calcato San Siro. Loro mettevano i piedi, io il capitale. Una partnership industriale in cui il capitale non ha mai visto un dividendo. Il capitale prendeva pallonate.
E questi futuri professionisti, gente capace di leggere una traiettoria a trenta metri, hanno letto anche me. Referto in una parola: Stinchelli. Stinchelli! E badate, non era un insulto generico. Era una relazione tecnica. Perché quegli occhi da scout avevano individuato il mio segno patognomonico: io non calciavo con i piedi. Calciavo con gli stinchi. Il collo del piede, l'interno, l'esterno, tutto il repertorio raffinato che loro usavano per disegnare parabole, nel mio caso non era pervenuto. Il pallone, quando per errore mi arrivava, lo colpivo di tibia. Ogni mio tiro partiva con un rumore sordo, legno contro cuoio, e una traiettoria svincolata dalla balistica. Non sapevo dove sarebbe andato nemmeno io. Ero l'unico giocatore del quartiere con tiri imprevedibili per definizione, che in teoria è una qualità, se non fosse che erano imprevedibili anche per me.
C'era poi l'effetto collaterale, perché ogni quadro clinico ha il suo. Giocando di stinco, quando tentavo di togliere il pallone a un avversario, il pallone non lo prendevo mai. Prendevo lui. Sullo stinco, appunto. Il mio tackle era un trasferimento tibiale diretto, tibia contro tibia, senza intermediazione del pallone. Stinchelli era quindi un eponimo bifronte: descriveva il mio gesto tecnico e il suo organo bersaglio. Da bambino lo vivevo come un'infamia ma, da specialista lo devo riconoscere: è una diagnosi impeccabile. Segno patognomonico, meccanismo lesivo, organo bersaglio. Mancava solo la terapia. E infatti la terapia la scelsero collegialmente e subito: in porta!
Fase due: la selezione
I due capitani si mettevano lì e sceglievano, uno alla volta, come all'asta i componenti della squadra. E tu conoscevi già l'esito, ma la speranza è l'ultima a morire, quindi ogni volta ci ricascavi. "Magari oggi mi prendono per quinto." Illuso. Ti guardavano scegliere prima di te quello col gesso al braccio. Quello con otto anni di meno. Un giorno hanno preso prima di me persino un ragazzino arrivato quel pomeriggio, che non parlava italiano (credo fosse francese) e forse nemmeno voleva giocare: aspettava sua madre. Preso lo stesso. Il capitano mi ha guardato e ha detto: "Wuagliò, mejo questo che non conosco che lu scarse". E aveva ragione, dal punto di vista metodologico. Lui era un dato mancante, poteva ancora essere qualunque cosa. Io no. Io ero l'unica evidenza consolidata di quel campetto: evidenza di livello I, grado di raccomandazione A, doppio cieco, randomizzato, riprodotto in ogni pomeriggio della mia infanzia. Scarso.
Poi arrivava il momento peggiore, quando restavamo in due, io e un altro. E il capitano che doveva scegliere sospirava. Sospirava! Come davanti a due diagnosi infauste. E pronunciava la frase che è il cuore nero dello scarsing: "Vabbò, mi pije a cullù. Però va 'n porte".

Fase tre: la porta, ovvero il consenso informato
Perché il patto era chiarissimo, e te lo illustravano con la serietà di un modulo di consenso: "Guarda, si fa a rotazione. Dieci minuti in porta, poi esci e tocca a un altro". A rotazione. Io quella rotazione l'ho attesa per tutta l'infanzia. Era l'araba fenice del campetto: che ci fosse, ciascun lo dice, dove fosse, nessun lo sa. Nella mia vita ho visto ruotare tutto. I pianeti. Le pale eoliche. I governi. Le gonadi... La rotazione della porta mai. Sono entrato in porta che c'era il sole e ne sono uscito che i miei compagni avevano la patente. Uno si era sposato. E a me non era ancora toccato un tiro verso la porta avversaria. Nemmeno uno. Nemmeno una rimessa dalla trequarti. Il consenso era stato informato, l'informazione era falsa. Oggi si chiamerebbe vizio del consenso. Allora si chiamava "a rotazione".
Fase quattro: la solitudine del numero uno
Il portiere scarso non ha una difesa. Ha davanti un principio filosofico: il vuoto. I compagni attaccavano tutti insieme, tutti e sei, come dei lemming, e tu restavi solo mentre ti arrivavano incontro tre avversari in contropiede. Tre contro uno, e quell'uno ero io, che inciampavo già camminando. E prima di segnarti, questo era il tocco di classe, dovevano umiliarti. Il gol da solo non bastava. Ti facevano il torello. Dieci minuti di torello davanti alla porta, il pallone che passava da un piede all'altro e tu in mezzo a girare come un ventilatore rotto, finché uno non si stancava e la metteva dentro. Piano, tra l'altro. Con disprezzo. Il gol dell'umiliazione non è mai potente: è un piattino lento, quasi affettuoso, che comunica una cosa sola. "Wuagliò, nen c'aveme manghe da sfurzà", che tradotto suona: "Ragazzi, non c'è nemmeno bisogno di sforzarsi".

Fase cinque: il contenzioso
E qui lo scarsing raggiunge la perfezione. Perché dopo il gol subìto, subìto uno contro tre, dopo dieci minuti di torello, la responsabilità professionale di chi era? Tua. Interamente tua. I sei rimasti nell'altra metà campo a guardare tornavano indietro apposta per contestarti l'operato. Facevano più strada per insultarmi di quanta ne avessero fatta per difendere. "Ma isci! Wuagliò, avive da ascì!" Uscire. Dove, esattamente? Ero uno contro tre: se uscivo, il torello me lo facevano a centrocampo invece che in area. Cambiava solo il codice postale dell'umiliazione. Era il primo contenzioso della mia vita: colpa presunta, inversione dell'onere della prova, perizia affidata alla controparte. Mi stavo allenando alla professione medica e non lo sapevo.
La mandante
Ma lo scarsing ha anche una figura che nessun processo ha mai sfiorato: la mandante. La mamma. La mamma anni Settanta, che ti guardava, ti trovava pienotto rispetto ai coetanei, e formulava la sua prescrizione: "Vai a giocare a pallone, così socializzi e butti giù qualche etto". Due obiettivi terapeutici in una posologia sola: socializzazione e dimagrimento. La mamma anni Settanta era convinta di prescriverti attività fisica. In realtà ti consegnava ai tuoi aguzzini. Con la merenda.
Ma non aveva colpe, poverina. Le mancavano due informazioni essenziali, e senza informazione non c'è responsabilità. La prima: il deficit calorico. Lei ragionava per equazioni semplici: pallone uguale movimento, movimento uguale dimagrimento. Non sapeva, non poteva sapere, che esisteva la variabile "portiere". E men che meno la variante rara: il portiere a rotazione mai ruotato, cioè suo figlio, fermo in un metro quadrato di terra battuta per l'intero pomeriggio. Un metro quadrato. Io in un pomeriggio di calcio consumavo meno calorie che a casa a sfogliare Topolino. Almeno Topolino lo sfogliavo con qualche dito. In porta stavo immobile come una statua votiva, e ogni tanto mi attraversava un pallone. Dispendio energetico sovrapponibile a quello di un citofono.
Anzi, facciamo i conti, che sono medico e i conti mi piacciono. Uscivo dopo pranzo con la merenda nello zainetto, pane e strato seppur sottilissimo di Nutella, perché la mamma anni Settanta all'attività sportiva abbinava sempre il rifornimento. Quattro ore fermo nel metro quadrato. Rientro serale e cena da lupo, "perché hai giocato tutto il pomeriggio, avrai una fame". Bilancio della seduta dimagrante: +800 kcal. Sono l'unico bambino nella storia dello sport che è ingrassato giocando a calcio. Se mia madre mi avesse lasciato a casa a non fare niente sarei dimagrito di più: almeno mi sarei alzato per andare in bagno.
La seconda informazione che le mancava: la durata. La partita del campetto anni Settanta non aveva un tempo regolamentare. Non finiva: si estingueva. Durava l'intero pomeriggio, e i giocatori non uscivano per sostituzione. Uscivano per chiamata dal balcone. Gli arbitri veri erano le madri stesse del quartiere, che si affacciavano una alla volta e richiamavano i figli con una liturgia che chi è cresciuto a Pescara riconosce a orecchio. La più celebre del mio cortile resta questa: "Ciatteeeeeeeeeeooooo! Arvì alla case che è tarde! Se t'acchiappe patrete, t'accide!". Per i colleghi non abruzzesi in sala traduco con linguaggio da referto: si invita il paziente Cetteo a un rientro tempestivo al domicilio, stante l'orario, e lo si informa che in caso di ritardo il padre procederà alla soppressione del medesimo. Comunicazione della prognosi diretta, senza giri di parole. Altro che Medicina... narrativa. E aggiungo un dato anagrafico per i non pescaresi: Cetteo è il nome del santo patrono della città. Da noi, a una certa ora, dovevano rientrare a casa pure i santi.
E le squadre si sfoltivano così, per abbandono materno. Cinque contro cinque, quattro contro tre, due contro due. Indovinate chi restava sempre tra gli ultimi? Io. Perché la porta non si abbandona. Il capitano era stato chiaro: "Tu riste a là, che mo' ruteme". E io restavo, nel mio metro quadrato, al crepuscolo, ad aspettare insieme la rotazione e la voce di mia madre. Delle due arrivava solo la seconda.

L'ultima partita
Ogni carriera ha una fine, anche quella di un portiere a rotazione mai ruotato. La mia finì ai tempi del ginnasio, ero un ragazzino, nella mia unica e irripetibile partecipazione a un torneo di calcetto organizzato da un noto stabilimento balneare. E finì nel modo più imprevedibile: da protagonista.
Il quadro: la mia squadra, un'accozzaglia di Stinchelli assortiti, si trovava inaspettatamente in vantaggio contro una squadra di blasonati. Quelli bravi, quelli belli, quelli per cui il torneo era una formalità tra loro e la premiazione. E il nostro vantaggio li mandò fuori giri. Perché il giocatore dotato, quando perde contro gli scarsi, attraversa le cinque fasi del lutto in dieci minuti, e l'ultima fase non è l'accettazione: è il fallo tattico e... cattivo. Cominciarono con le maniere forti. Entrate dure, gomiti, caviglie. Su di noi, che eravamo lì per miracolo.
E qui devo mettere a verbale una cosa. Io lo scarsing l'avevo sempre tollerato. Le umiliazioni, i torelli, il metro quadrato, la rotazione fantasma: tutto sopportato con pazienza geologica. Ma una cosa, per indole, non l'ho mai tollerata: l'idea che ci si potesse fare male per una partita. Potevi insultarmi un pomeriggio intero, ma il ginocchio di un mio compagno no, quello non si toccava. Chiamatelo istinto di categoria: gli scarsi hanno poco, ma quel poco lo difendono con i denti.
All'ennesimo fallo su un mio compagno, mi girai verso l'avversario e mi uscì dalla bocca una frase che non avevo preparato. Limpida, quasi serena. E notate: in italiano perfetto, senza un grammo di dialetto, perché evidentemente la vocazione parlava già la lingua dei referti. "Guarda che tra poco ti opero." Ti opero? Non ti meno, non ti aspetto fuori. Ti opero. A quattordici anni, senza saperlo, avevo appena scelto la facoltà. Altro che test attitudinali, altro che orientamento: la mia vocazione medica è nata come minaccia. Sono probabilmente l'unico medico in Italia il cui primo consenso informato è stato comunicato al paziente sotto forma di avvertimento.
E al contrasto successivo l'intervento ebbe luogo. I dettagli ve li risparmio, da collega a collega. Vi dico solo che entrò in gioco la mia specialità storica, quella certificata dall'eponimo: lo stinco. Il suo. Colpito con una precisione mai avuta sul pallone, perché la vita è ironica: di stinco non ho mai centrato una porta, ma uno stinco l'ho centrato al primo colpo. Stinchelli, dopotutto. Nomen omen. Quei ragazzini di Pescara non mi avevano dato un soprannome: avevano fatto una profezia.
Non aspettai nemmeno di vedere il cartellino. Mi avviai verso gli spogliatoi da solo, a testa alta, mentre l'arbitro alzava il braccio alle mie spalle come un semaforo inutile e qualcuno del pubblico mi insultava. Fu la mia unica espulsione, nella mia unica partita vera, nell'unico momento della mia carriera in cui ho azzeccato un intervento. Uscii dal calcio come non ci ero mai entrato: da giocatore di movimento. E quel pomeriggio capii due cose. La prima: che il calcio e io avevamo chiuso, consensualmente. La seconda: che avrei passato la vita a occuparmi del corpo umano. Dovevo solo aggiustare la mira. Meno stinchi, più pazienti.
Discussione e conclusioni
Ed ecco perché serve la parola. E serve in inglese, per un motivo preciso, che è la vera vendetta di questa storia.
Perché noi italiani con l'inglese abbiamo sempre avuto un rapporto creativo, diciamo così. Non lo abbiamo mai imparato: lo abbiamo interpretato. Prendete "footing". Per cinquant'anni intere generazioni di italiani sono andate a fare footing, convinte di usare una parola inglese. Andavi a Londra, dicevi "I do footing every morning", e l'inglese ti guardava come si guarda uno che ha appena parlato etrusco. Perché footing in inglese non vuol dire correre: vuol dire, più o meno, appoggio del piede. Loro dicono jogging. Footing lo abbiamo inventato noi, con una parola loro. Come lo smoking, che per un inglese è l'atto di fumare e per noi è un vestito elegante. Come l'autostop, il box, il water. Abbiamo passato un secolo a costruire parole inglesi che gli inglesi non riconoscono: un inglese apocrifo, fatto in casa, come il liquore alla genziana della nonna.
Ma attenzione, perché finora in questo processo c'era sempre almeno un ingrediente originale. Footing partiva comunque da foot, che in inglese esiste. Contraffazione, sì, ma con materia prima autentica, come le borse false cucite con pelle buona. Lo scarsing no. Lo scarsing è il salto evolutivo finale. Parte da "scarso", parola italiana, italianissima, e le appiccica un gerundio inglese come si appiccica una targa straniera a una macchina rubata. Non stiamo più storpiando l'inglese: lo stiamo producendo noi, direttamente, senza passare dal Regno Unito o dagli States. È la fine della filiera. Prima le parole le importavamo e le rovinavamo, adesso le fabbrichiamo e gliele ri-esportiamo. Scarsing: la prima parola inglese a denominazione di origine protetta italiana. E dovranno adottarla, perché il fenomeno ce l'hanno anche loro, ci giurerei. Anche a Manchester negli anni Settanta c'era un bambino pienotto fermo in porta ad aspettare una rotazione che non arrivava. Solo che non aveva la parola giusta per dirlo. Noi gliela diamo. Non ringraziateci.

E poi c'è la giustizia poetica, pensateci. Il mobbing, il bullying, lo stalking: tutte parole loro per sofferenze nostre. Per una volta si invertono i ruoli. Per una volta un professore di Oxford dovrà scrivere su un dizionario: "Scarsing, sostantivo, dall'italiano scarso, vedi anche: Stinchelli". E quel giorno, in un metro quadrato di terra battuta a Pescara, un bambino smetterà finalmente di aspettare la rotazione. Perché avrà scoperto che dalla porta si esce in due modi: col vocabolario, o con un cartellino rosso.
Io, per sicurezza, li ho usati entrambi.
Grazie per l'attenzione. Se ci sono domande, risponderò volentieri. Tranne una. Se qualcuno mi chiede quando tocca a me tirare... la risposta è sempre la stessa: mo' ruteme.

Disclaimer
Questo articolo non contiene contenuto medico: è un racconto autobiografico a scopo di intrattenimento. Nomi, soprannomi e dettagli sono stati modificati o resi non riconoscibili. Nessun portiere è stato fatto ruotare durante la stesura di questo testo. Per i contenuti di Allergologia e Immunologia clinica, il resto del blog è a disposizione.
Bibliografia (selezionata, non verificabile e verosimilmente inventata)
Metastasio P. Demetrio, atto II: prima descrizione in letteratura dell'araba fenice e di ogni rotazione promessa. Vienna, 1731.
Capitani del campetto (gruppo di studio spontaneo). Criteri di selezione dei componenti della squadra: consensus statement mai messo per iscritto. Pescara, anni Settanta.
Mamma anni Settanta. Effetti del pallone sul peso corporeo del figlio pienotto: studio osservazionale condotto dal balcone. Cortile di Pescara, follow-up quotidiano fino a cena.
Oxford English Dictionary. Voce scarsing: in attesa di pubblicazione. Submitted.
Stinchelli NV. Il trasferimento tibiale diretto: segno patognomonico, meccanismo lesivo e organo bersaglio. Autobiografia, in press.
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