Il paziente Ulisse: consulto di seconda opinione su un caso di ritorno a casa "complicato"
Categorie: Allergie rare
Il paziente Ulisse: consulto di seconda opinione su un caso di ritorno a casa "complicato"
Omero, Dante e Nolan hanno visitato lo stesso paziente: Ulisse. Un allergologo firma la seconda opinione tra film, liceo classico e immortalità rifiutata.
Anamnesi remota · Storie fuori dall'ambulatorio
Abstract We report the case of Ulysses, male, king of Ithaca, presenting with a twenty-year history of delayed homecoming (nostos tardivo). Three conflicting medical reports were available at the time of consultation, issued respectively by a blind Greek colleague (8th century BC), a Florentine specialist with a documented tendency to assign patients to circles (14th century AD), and a British-American imaging center using very large cameras (2026). A second opinion was requested. The consulting physician declares one major conflict of interest: he never finished translating Book One.
Nota introduttiva Anche questa non è Allergologia. È la seconda puntata di "Anamnesi remota", lo spazio dove il camice resta appeso. La prima puntata parlava di un bambino in porta. Questa parla di Ulisse, che non riusciva a tornare a casa, e vi assicuro che tra le due storie il collegamento c'è: in entrambi i casi qualcuno ha promesso una rotazione che non è mai arrivata.
Anamnesi del consulente, prima di quella del paziente
Devo dichiarare subito il mio rapporto pregresso col paziente, perché in Medicina la trasparenza viene prima di tutto. Io Ulisse l'ho avuto in carico al liceo classico. Dovevo tradurne la cartella clinica integrale, il cosiddetto Libro Primo dell'Odissea. Mi sono fermato alla prima riga.
Non alla prima pagina. Alla prima riga. E nemmeno tutta: mi sono fermato su una parola, polytropos, e lì la mia carriera di traduttore si è chiusa per sempre. In compenso quella parola non mi ha più lasciato, e col senno di poi devo ammettere che il mio metodo aveva una sua logica: della cartella di un paziente, la cosa più importante è la diagnosi di ingresso. E la diagnosi di ingresso di Ulisse sta tutta lì, in fondo alla prima riga: uomo dai molti giri.

IO: "Polytropos. Perfetto. Il resto è ridondante..."
Che è una diagnosi bellissima e ambigua come poche, perché il greco non specifica se i giri lui li faccia fare agli altri o se sia lui quello sballottato in giro dalla sorte. Furbo o preso in giro dal destino. Regista dei propri viaggi o passeggero. Il testo non lo dice, e tremila anni di specialisti non sono riusciti a sciogliere il nodo. Io, che a quella riga mi sono fermato, posso dire di aver letto poco ma di essermi fermato sul punto giusto.
Motivo del consulto
Il paziente giunge alla mia osservazione tramite sala cinematografica, venticinque luglio duemilaventisei, cinema Arca di Pescara, tre ore di visita in formato gigante. E qui metto a verbale un dato oggettivo: in tre ore non ho guardato l'orologio una volta. Non per il finale, che conosciamo tutti anche noi che non abbiamo tradotto niente, ma per la paura di perdermi un dettaglio. Uno stato che in ambulatorio chiameremmo ipervigilanza e al cinema si chiama, semplicemente, un film riuscito.
Il problema è sorto dopo, a casa, quando ho confrontato i tre referti disponibili. Perché su Ulisse circolano tre relazioni cliniche che sembrano descrivere tre persone diverse.
Referto numero uno, il collega greco
Il collega Omero, non vedente, esaminò il paziente per primo e con mezzi limitati, eppure il suo referto resta il più completo. Descrive un uomo che vuole una cosa sola, tornare a casa, e che per ottenerla è disposto a tutto, compreso ciò che oggi definiremmo scarsa aderenza alla dignità: entra in casa propria travestito da mendicante, si fa insultare dalla servitù, si prende uno sgabello addosso e non reagisce. Si batte il petto e ordina al proprio cuore di sopportare. Mente a tutti, moglie compresa, padre compreso, perfino alla sua dea protettrice, che invece di offendersi ride e gli dice che si somigliano.
Soprattutto, il collega greco annota un episodio che nessuno dei referti successivi riporta correttamente: le Sirene. Che nell'immaginario comune sono una tentazione qualunque, e invece nel referto originale offrono una cosa precisa: la conoscenza. Dicono di sapere tutto, tutto quello che è successo a Troia e tutto quello che accade sulla terra. E il paziente cosa fa? Non si tappa le orecchie. Vuole sentire. Si fa legare all'albero maestro, tappa le orecchie all'equipaggio, e si prende il sapere pericoloso sopravvivendogli. Il collega greco non commenta e non ammonisce. Lo archivia tra le procedure riuscite.
Ecco, questa la sottoscrivo. È il protocollo che applico anch'io tutti i giorni, in ambulatorio e su questo blog: davanti a un'informazione che fa paura, la soluzione non è tapparsi le orecchie. È legarsi all'albero maestro, cioè procurarsi gli strumenti per reggerla. Chi mi legge da un po' sa che ci ho costruito sopra un motto.
Tre referti discordanti sullo stesso paziente: Omero, Dante e Nolan visitano Ulisse. Un consulto di seconda opinione scritto da chi si è fermato alla prima riga del Libro Primo.

OMERO: "Torna a casa e basta."
DANTE: "Riparte, ve lo dico io. Ho già il posto pronto."
NOLAN: "Secondo me ha un trauma post-bellico."
ULISSE: "In tremila anni quanti ticket arretrati avrò?"
Referto numero due, lo specialista fiorentino
Il professor Alighieri visitò il paziente parecchi secoli dopo, in regime di ricovero, reparto ottava bolgia. Il suo referto è tecnicamente sublime e clinicamente spietato: secondo lui Ulisse non è mai tornato a casa, o meglio c'è tornato e non ci è rimasto, perché il desiderio di conoscere il mondo era più forte del figlio, del padre vecchio e della moglie. Diagnosi: folle volo. Prognosi: infausta, con annegamento in vista di una montagna. E però, ed è il capolavoro del professore, il referto è scritto in modo tale che il lettore esce dalla visita dando ragione al paziente. Fatti non foste a viver come bruti. Il primo caso documentato di paziente che all'inferno convince il medico.
Confesso che da ragazzo tifavo per questo referto. È il più moderno dei tre, quello da cui discendono tutti gli inquieti della letteratura, quelli che ripartono sempre. E poi lusinga chiunque lavori con la conoscenza: ti dice che sapere è un destino eroico, al limite tragico. Da adulto ho cambiato idea, e ci arrivo.
Referto numero tre, il centro di imaging anglosassone
Il centro diretto dal dottor Nolan dispone della strumentazione più avanzata mai puntata su questo paziente, e infatti le immagini sono impressionanti. Ma la relazione descrive un uomo che nei primi due referti non compare: un reduce schiacciato dal senso di colpa, che si rimprovera ogni uomo perso, che riflette sull'inutilità della guerra, e che per guarire deve deporre la propria intelligenza e affidarsi. Sono andato a ricontrollare la cartella originale: quasi niente di tutto questo risulta agli atti. Il collega greco, anzi, aveva scritto in prima pagina che i compagni erano morti per dissennatezza loro. Diremmo che il centro Nolan ha refertato con grande accuratezza tecnica il paziente sbagliato. O meglio: ha refertato noi, la nostra epoca, i nostri reduci, usando il nome di Ulisse. È un referto commovente e lo firmerebbero in tanti. Solo che la firma in calce dovrebbe essere quella del ventunesimo secolo, non quella di Itaca.
Esame obiettivo della visita cinematografica
Qualche annotazione dal diario della visita, in ordine sparso.
Il paziente si presenta con le fattezze di Matt Damon, collaborante, orientato nello spazio quasi mai e nel tempo secondo uno schema che descrivo più avanti. Il figlio Telemaco ha la faccia di Tom Holland e la funzione clinica del familiare che ha smesso di aspettare notizie e viene di persona a chiederle, che è sempre il momento in cui il caso si complica. Penelope è Anne Hathaway, e per una volta non è la moglie che aspetta ricamando: è una che il sudario lo usa come strumento di ostruzionismo parlamentare, e il film glielo riconosce.
Atena è Zendaya, e su questo referto devo essere preciso: non compare come dea, compare come una visita non prenotata. Arriva senza appuntamento, non saluta, guarda il paziente in un modo che gli ricorda tutte le promesse non mantenute, e se ne va. Tecnicamente sarebbe la coscienza di Ulisse. In ambulatorio la chiameremmo la parente che aspetta fuori dalla porta e sa già tutto.
Antinoo è Robert Pattinson, e definirlo un pretendente è riduttivo: è il collega che durante la tua assenza per congresso ti ha occupato lo studio, cambiato la serratura e messo il proprio nome sulla targa, e quando torni ti spiega con garbo che ormai i pazienti si sono abituati a lui. Agamennone è Benny Safdie dentro un'armatura nera che a molti ha ricordato un cavaliere oscuro già frequentato dal regista; a me ha ricordato certi primari di una volta, che non avevano bisogno di parlare perché bastava l'ingombro. Menelao è Jon Bernthal, e il suo ménage domestico con l'Elena di Lupita Nyong'o è la dimostrazione che si può vincere una guerra e perdere tutto il resto. La signora Circe, Samantha Morton, gestisce un ambulatorio veterinario a conversione rapida su cui il comitato etico avrebbe parecchio da dire.
Sulla decantata immersività invece non mi pronuncio, e lo dico con il rigore del referto. Questo film è il primo della storia girato interamente con macchine da presa IMAX, ed è stato concepito per essere proiettato in quel formato, su quegli schermi, con quella resa. Io l'esame l'ho eseguito al cinema Arca di Pescara, che è un'ottima sala ma non mi ha restituito nulla delle sensazioni che descrive, con toni da esperienza mistica, chi lo ha visto nella forma per cui è stato pensato. Non posso quindi dire se l'immersività sia un miracolo tecnico o un effetto placebo da biglietto costoso: il mio esame è stato condotto con strumentazione diversa da quella di riferimento, e refertare in queste condizioni sarebbe come giudicare un ecocardiogramma dal fonendoscopio. Mi astengo, con riserva di ripetere l'esame in condizioni standard.
Quello su cui invece non mi astengo è la sceneggiatura, che per me è il pezzo forte di tutta la visita. Il racconto è smontato e rimontato, si parte dalla fine, si torna indietro, si salta di isola in isola, eppure non ci si perde mai. E qui c'è la finezza che mi ha riconciliato con il referto Nolan: il primo a raccontare questa storia in disordine fu proprio Omero, che fa iniziare il poema a vicenda quasi conclusa e mette tutte le avventure famose in un lunghissimo flashback raccontato dal paziente stesso a cena. Il montaggio non lineare, su questa storia, non è un vezzo d'autore: è filologia. Nolan sceneggiatore ha fatto un lavoro da filologo travestito da illusionista, e siccome le voci di corridoio dicono che il prossimo ricovero potrebbe refertarlo direttamente nel reparto del professor Alighieri, mi permetto di anticipare che lì il paziente Ulisse lo conosce già. Ottava bolgia, chiedere di lui.
Discussione
E quindi, quale referto firmo?
Da giovane il fiorentino, l'ho detto. Oggi firmo il greco, e per un motivo che c'entra con una scena precisa. Una scena in cui Ulisse non fa una bella figura, che è il vero motivo per cui questo caso mi riguarda, e che il referto Nolan, guarda caso, omette. Nel film l'inganno più celebre della storia della letteratura non c'è: Polifemo viene accecato e basta, e quando uno dei compagni, inseguito dal gigante ormai privato dell'occhio, chiede a Ulisse perché non avessero almeno tentato una mediazione, si sente rispondere che il momento buono per porre la domanda era passato da un po'. Battuta efficace, la sala ride. Ma dal punto di vista del consulente quell'omissione è un dato clinico, e ci torno tra un attimo, perché prima bisogna leggere la scena come sta scritta in cartella.
Nel referto del collega greco, Ulisse è appena scampato al Ciclope. È in mare, è salvo, la procedura più brillante della sua carriera è riuscita: si è fatto chiamare Nessuno, ha accecato il mostro, e quando gli altri ciclopi sono accorsi alle urla si sono sentiti rispondere che Nessuno lo aveva ferito, e se ne sono tornati a casa. Perfetto. Intervento riuscito, dimissioni in sicurezza. E lui che fa? Non regge. Dalla nave, con l'equipaggio che lo supplica di stare zitto, urla il proprio nome. Nome, cognome e indirizzo: sono Ulisse figlio di Laerte, di Itaca. Da quel momento il mostro può maledirlo per nome presso il padre Poseidone, e il ritorno a casa si allunga di dieci anni.
E qui devo dichiarare il mio secondo conflitto di interessi, il più imbarazzante: in quella scena mi ci riconosco. Chiunque abbia mai fatto bene una cosa senza che nessuno se ne accorgesse sa cosa si prova su quella nave. Il bisogno di dire "sono stato io", ad alta voce, dopo un lavoro riuscito e rimasto anonimo, è la malattia professionale più diffusa del pianeta, non è nei LEA e non ha esenzione ticket. Ne siamo portatori più o meno tutti, io per primo. La differenza fra Ulisse e noi sta solo nel conto: a lui quella frase è costata dieci anni di mare e l'intero equipaggio, a noi di solito costa una figuraccia in riunione. Lui almeno l'ha pagata da re.
E adesso si capisce perché l'omissione del film è un dato clinico. Il referto Nolan carica il paziente di colpe che in cartella non risultano e gli toglie l'unica che risulta davvero: la vanità. L'Ulisse del film si tormenta per i morti ma non urla mai il proprio nome dalla nave, che è come refertare un cardiopatico annotando tutto tranne il cuore. Ed è un peccato, perché quella scena, oltre a essere la sua colpa autentica, è anche la più umana che abbia mai scritto qualcuno: non serviva inventargli un trauma, bastava lasciargli il difetto che aveva già.

MARINAIO: "Capità, la recensione la lasci dopo!"
POLIFEMO (col taccuino): "I-ta-ca. Grazie, gentilissimo."
Ed è per questo che firmo il referto greco. Perché è l'unico che tiene insieme tutto: l'intelligenza senza sensi di colpa, la conoscenza senza alberi proibiti, la vanità pagata a prezzo pieno, e soprattutto la scelta finale, che i referti successivi trattano come un dettaglio e invece è il cuore del caso. A Ulisse, a un certo punto, la ninfa Calipso offre l'immortalità. Eterna giovinezza, vitto, alloggio e isola compresi. E qui il film alza ulteriormente la posta, perché la Calipso del dottor Nolan ha le fattezze di Charlize Theron, il che trasforma il quesito clinico in qualcosa di molto serio: quest'uomo rifiuta l'immortalità e Charlize Theron, nello stesso pacchetto, senza nemmeno bisogno di fiori di loto per dimenticare il resto, e lo fa per tornare da una moglie che invecchierà, su un'isola che il referto stesso definisce buona per le capre. Il professor fiorentino questa scelta non la capirebbe, e infatti nel suo referto lo fa ripartire. Il centro Nolan la spiegherebbe col trauma. Il collega greco la scrive e basta, senza commento, perché non c'è niente da spiegare: era casa sua.

ULISSE: "Ah Calì(pso), l'insalata coi fiori di loto m'ha stufato..."
Conclusioni
Il consulente, esaminati i tre referti, conferma la diagnosi di ingresso formulata alla prima riga della cartella: uomo dai molti giri, eziologia mista, in parte giri suoi e in parte giri subiti, come del resto capita a chiunque, incluso il sottoscritto, che tra Pescara e San Benedetto di giri in treno ne fa parecchi e non sempre per scelta. Si sconsiglia l'immortalità, che risulta controindicata nei pazienti con una casa a cui tornare, qualunque siano le fattezze di chi la offre. Si raccomanda cautela nell'urlare il proprio nome dalle navi. E si dispone che il paziente prosegua il follow-up presso il lettore, a vita.
Grazie per l'attenzione. Se ci sono domande rispondo volentieri, tranne una: se qualcuno mi chiede di finire la traduzione del Libro Primo, la risposta è quella di sempre. Mi sono fermato sulla parola giusta.
Disclaimer Questo articolo non contiene contenuto medico: è un racconto a scopo di intrattenimento con abuso dichiarato di registro clinico. Nessun Ciclope è stato accecato durante la stesura. Ulisse è un personaggio letterario e non ha firmato alcun consenso, ma dopo tremila anni di visite non autorizzate non farà causa proprio a noi. Per i contenuti di Allergologia e Immunologia clinica, il resto del blog è a disposizione.
Bibliografia (selezionata, parzialmente attendibile)
Omero. Cartella clinica del paziente Ulisse, Libri I-XXIV. Edizione orale, VIII sec. a.C. Traduzione del sottoscritto: interrotta al verso 1.
Alighieri D. Referto di ricovero, ottava bolgia. Firenze, XIV sec. Il paziente risulta tuttora degente ma stranamente convincente.
Nolan C. Relazione di imaging in formato IMAX. 2026. Ottima risoluzione, immersività non valutabile con la strumentazione del consulente. Sirene (gruppo di studio spontaneo). Noi sappiamo tutto: consensus statement. Scoglio non meglio precisato. Mai peer-reviewed per decesso dei reviewer.
Calipso. Offerta di immortalità con clausole accessorie: proposta respinta. Ogigia. Il comitato di valutazione fatica tuttora a comprendere il rifiuto.
Verna N. Sul fermarsi alla parola giusta: autodifesa di un traduttore mancato. In press da quarant'anni.

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